Forno di Zoldo

il centro della valle

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Nel 1631 arrivò la peste, la più grave delle tante che già avevano colpito la regione: per due anni la valle ne fu sconvolta, perì forse un terzo della popolazione e il dissesto economico è facilmente immaginabile.

I forni di Zoldo già all’ inizio del Seicento lavoravano il minerale proveniente dalle più ricche miniere del Fursil di Colle Santa Lucia, e alla fine del secolo, con l’ abbandono della miniera di Val Inferna (tentativi infruttuosi vennero fatti nell’Ottocento), si spense nella valle ogni attività estrattiva.

Con la pace di Vienna Zoldo fu annesso al Regno Lombardo Veneto e, dopo mezzo secolo di dominazione austriaca, nell’ ottobre del 1866 votò l’annessione al Regno d’ Italia. Alle tradizionali attività della pastorizia e dalla magra agricoltura montana sembrò che dovesse tornare ad affiancarsi l’attività metallurgica e la produzione dei chiodi. Nel 1873 venne infatti fondata la Società Industriale Zoldana, che riuniva in forma cooperativa circa 600 soci legati alla produzione e al commercio dei chiodi. “..qui gli uomini di Zoldo in massima parte fabbri fanno chiodi da tempo immemorabile ….e mandano i loro prodotti a dorso di muli a Longarone….” scrive Amelia B. Edwards nel suo diario del viaggio del 1889. La Società Industriale Zoldana dovette però chiudere prima della fine del secolo. La rivoluzione industriale e la concorrenza dei chiodi fatti a macchina si faceva sempre più pesante, e a dare il colpo decisivo intervenne nel 1890 una disastrosa alluvione che travolse case, strade e ponti, e cancellando pressochè totalmente le fusinèle, che per sfruttare la forza motrice dell’ acqua erano tutte costruite a ridosso dei torrenti.

Posizione

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