Forno di Zoldo

il centro della valle

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Nel 1347 Carlo IV di Trento assegnò a Jacopo degli Avoscano, nobile famiglia dell’ Alto Cordevole, i capitaniati di Agordo e Zoldo, allora accomunati da interessi minerari. Secondo lo storico Tomaso Catullo l’ industria siderurgica era attiva in Zoldo fin dal 1200 e da documenti della metà del 1300 risulta che a Forno esistesse un forno definito “vecchio”, che fondeva forse il ferro estratto a Dont, o più probabilmente la pirite proveniente dalle miniere di Val Inferna, secondo alcuni attive già nell’anno Mille.

“…Zoldo, così nominato, ove sono gli asperi monti, da i quali se ne cava grand’abbondanza di ferro”. scriveva Leadro Alberti nel 1551. In realtà non di miniere era ricco Zoldo, ma di officine. Nel XIV e XV secolo contava solo 1700 anime, ma l’attività di fusione e lavorazione del minerale ferroso aveva raggiunto livelli “industriali”: tre altiforni fondevano il ferro, una decina di forni di seconda fusione producevano acciaio e ferro dolce, e un numero imprecisato di fusinèle fabbricavano più di 400 tonnellate di chiodi e attrezzi di lavoro.

Dal 1200 al 1600, soprattutto sotto la dominazione della Repubblica di Venezia, si ebbe in Zoldo il periodo di massima fioritura della lavorazione del ferro (e in misura minore dell’attività estrattiva), che ha caratterizzato la storia della valle fino alla fine dell’Ottocento, e che giustifica i simboli dell’ incudine e del martello che compaiono sullo stemma del municipio di Forno di Zoldo.

L’ impronta veneziana è presente a Forno nel Palazzo del Capitaniato (dove risiedeva il capitano inviato dal consiglio dei nobili di Belluno e che ora ospita il Museo del chiodo) e in altri palazzi dei notabili della valle (sulla riva destra del Ma è visibile il palaz fatto erigere dalla famiglia Grimani, concessionaria delle miniere di Val Inferna).

Sono testimonianze di anni prosperi sotto il governo della Serenissima, che dalla valle attingeva maestranze e riceveva attrezzi da lavoro, lame e chiodi. I chiodi di ferro in particolare sono stati un prodotto distintivo dello Zoldano. Chiodi di ogni forma e dimensione e per ogni utilizzo, dalle piccole brochè per le suole delle scarpe ai grandi ciòdi da barca per fissare il fasciame delle navi, fino agli enormi somesàt, lunghi più di un metro, per le travature dei moli. Le merci venivano trasportate a dorso di mulo lungo la malagevole strada del Canale, a Codissago venivano caricate su zattere che scendevano il Piave e arrivavano a Venezia, dove attraccavano al molo ancora oggi chiamato delle Zattere.

[ testi di Paolo Lazzarin ]

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