Zoppè di Cadore

paese montano
Appunti per una storia sull’emigrazione a Zoppè di Cadore A cura dell’Union dei ladign de Zopè

Facendo un censimento delle persone che il 10 gennaio 1995 abitavano in Zoppè si raggiunse il numero di 324, la stessa operazione fatta il 10 luglio 1995 diede 111 persone. Questi due dati raffrontati tra loro evidenziano che 2/3 dell’attuale popolazione di Zoppè emigra stagionalmente per lavoro.
Pur considerando che chi emigra oggigiorno lo fa per libera scelta, per esercitare una libera professione oltremodo onorevole e redditizia, a differenza di ciò che è stato per il passato, rimane pur sempre il fatto che, statisticamente parlando, l’attuale economia di Zoppè si basa esclusivamente sull’emigrazione, viene quindi spontaneo chiedersi com’ebbe inizio quest’emigrazione e quali ne furono le cause.
Le cause dell’emigrazione a Zoppè sono nate con il paese stesso per una ragione molto evidente: il limitato spazio vitale e l’asprezza del luogo

Sono dei primi decenni del 1700 le prime notizie che troviamo di emigranti di Zoppè.
Alcuni Zoppedini lavoravano come Menadas, cioè zatterieri che da Perarolo conducevano le zattere di legname a Venezia lungo il Piave. Alcuni di questi Zoppedini si stabilirono a Perarolo.

Con gli sconvolgimenti politici seguiti alla rivoluzione francese e alle guerre napoleoniche, la fragile economia di Zoppè ebbe un notevole tracollo.

“Ecc. e Rev. Principe, sono più di quindici anni li rispettosissimi Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui, De Lorenzo Giacomo Pino, Bortolo Mattiuzzi Zot, Tomea Antonio Bareta, Livan Alessandro Duanuta, Tutti di Zoppè di Cadore sotto Belluno usano di portarsi ogni vernata in Ferrara ad esercitare il loro mestiere di castagnaro e miottaro, perciò reduci anche questo anno siccome al solito si fano a supplicare vivamente la bontà vostra”.

Non è pensabile che questo nuovo mestiere sia nato di punto in bianco, ma che forse sia cominciato già negli ultimi anni del 1700 al seguito dei venditori di “agua e anese”, cioè acqua e anice, che giravano per le calli di Venezia con un barilotto a tracolla.

Nel 1830 troviamo notizia dei fratelli Tommaso e Giovanni De Nadal che assieme al cugino Lorenzo De Lorenzo Pino lavoravano come carbonai in Primiero.

Il mestiere di fabbro e venditore di chiodi è appunto la forma di emigrazione stagionale prevalente durante quasi tutto il 1800.
Quando Zoppè passò sotto il regno d’Italia nel 1866, erano ben 42 le persone di Zoppè che d’inverno giravano in massima parte le città del triveneto a vendere chiodi.

Sono però i cosiddetti miottari e castagnari i precursori dei nostri gelatieri attuali.
Come già accennato nel capitolo precedente, già all’inizio del 1800 troviamo una compagnia di costoro a Ferrara. Siamo riusciti, per vari motivi, a farne una lista di una ventina per tutto il 1800, ma erano certamente di più se nel 1866 con l’annessione di Zoppè al regno d’Italia costoro erano 36.
1811: Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui Luca, Giacomo De Lorenzo Pino, Bortolo Mattiuzzi Zot, Antonio Tomea Bareta, Alessandro Livan Duanuta e altri.

Le autorità austriache che governavano il Lombardo-Veneto verso il 1820 posero mano per regolamentare il commercio sia ambulante sia stabile.
Per esercitare un commercio o un mestiere ci voleva una licenza, per avere una licenza ci voleva un attestato che comprovasse la capacità di svolgere un dato mestiere. Per chi da anni svolgeva un’attività bastava una dichiarazione giurata, ma per i giovani era obbligo di fare alcuni anni di apprendistato, finito il quale, se meritevole, il titolare della bottega rilasciava un attestato.
Così i giovani di Zoppè che volevano seguire le orme paterne dovettero fare i garzoni di pasticceria, dalla quale uscivano dopo tre o cinque anni con l’attestato di offeliere, cioè pasticcere. Dopo altri tre anni di lavoro in pasticceria diventavano maestri offelieri e potevano a loro volta rilasciare attestati. Il primo di costoro di cui siamo riusciti a trovare notizia fu un certo Giovanni Pampanin Duanuta nel 1847.
Naturalmente chi imparava il mestiere di offeliere non si rimetteva a confezionare cialde e pere cotte, ma certamente fece un salto di qualità.
Secondo una tradizione orale, uno di questi giovani in una bottega di pasticceria a Venezia imparò l’arte di confezionare il sorbetto, che altro non era che l’antenato del gelato.
La tradizione ha perso la memoria del nome di questo giovane e quando è successo.
Nel 1873 a Vienna moriva di malattia Luigi Antonio di Pellegrino Bortolot Baro.
A comunicarlo al parroco di Zoppè con una lettera fu Antonio Tomea de Tone Bareta, che si dice responsabile di una compagnia di uomini di Zoppè, senza farne i nomi, che si trovano a Vienna a vendere canditi e sorbetti. E’questa la prima menzione che siamo riusciti a rintracciare di qualcuno di Zoppè che vendeva sorbetto.
Come già accennato, nel 1873 troviamo una prima notizia di una compagnia di uomini di Zoppè che a Vienna vendevano canditi e sorbetti. Non conosciamo il nome di tutti, ma solamente di Antonio fu Antonio Tomea Bareta e del giovane Luigi Antonio Bortolot Baro morto di malattia. Molto probabilmente tra di loro c’era anche Giulio Mattiuzzi Piaza e Michele Pampanin Duanuta. Questo lo si può dedurre dallo sviluppo degli anni successivi.

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